Dopo Babele

16 Novembre 2008

Il mestiere di riflettere

Archiviato in: appunti — Marina @ 20:29

copertina Il mestiere di riflettereUna traduttrice, Chiara Manfrinato, ha avuto l’idea di dare voce ai traduttori, per una volta, esplicitamente. Ha contattato vari traduttori, che vorrei nominare uno per uno, in ordine alfabetico come sono sul retro di copertina: Federica Aceto, Susanna Basso, Rossella Bernascone, Emanuela Bonacorsi, Rosaria Contestabile, Federica D’Alessio, Riccardo Duranti, Luca Fusari, Daniele A. Gewurz, Giuseppe Iacobaci, Eva Kampmann, Chiara Marmugi, Anna Mioni, Daniele Petruccioli, Laura Prandino, Anna Rusconi, Lisa Scarpa, Denise Silvestri, Andrea Sirotti, Paola Vallerga, Isabella Zani.

Ognuno di questi traduttori si è trasformato per una volta in autore e ha scritto un racconto in cui parla dell’esperienza di traduzione di un libro. Non sono resoconti tecnici, ma racconti veri e propri, scritti tutti con passione. Tutti scritti molto bene, godibilissimi. Utili per entrare, per una volta e solo per un po’, nella stanza del traduttore, sbirciare il suo lavoro da dietro la spalla. Vedere come nasce – in una sua parte – il libro che teniamo fra le mani, chi ci permette di leggerlo anche se non conosciamo il russo, l’inglese, il tedesco…

Un libro che consiglierei non solo ai traduttori e agli aspiranti tali, ma anche e forse soprattutto a chi ama leggere narrativa straniera in traduzione, perché si accorga finalmente che c’è un enorme lavoro dietro. Perché veda la persona che dà voce agli scrittori, così quando diciamo che lo scrittore X scrive bene è vero, sì, ma è anche vero che il traduttore X traduce bene, presta bene la propria voce. Traduttore di cui spesso non ci preoccupiamo neppure di andare a vedere il nome, il più delle volte.

Il libro si intitola Il mestiere di riflettere. Storia di traduttori e traduzioni ed è uscito da pochissimo per Azimut.

7 Agosto 2008

Doppiaggio

Archiviato in: appunti — Marina @ 12:00

In linea teorica non sono un’amante della pratica del doppiaggio dei film – pratica, peraltro, poco utilizzata dagli altri paesi europei. Mi piace sentire gli attori recitare in lingua originale, anche se non è detto che io colga perfettamente quello che dicono. Mi piacerebbe, inoltre, come modo per imparare le lingue fin da piccoli: ci si abitua al suono della lingua, si guardano i sottotitoli, si associa e si fa pratica.

Naturalmente, questo vale soprattutto tenendo conto del fatto che la maggior parte dei film che vediamo viene da Hollywood ed è perciò recitata in inglese, che è la lingua più diffusa, mentre con i film, ad esempio, giapponesi sarebbe un tantino più problematico, per non parlare poi dei problemi che dovrebbero affrontare le persone che non sanno la lingua e che quidi in nessun modo riescono a seguire i dialoghi, o degli anziani, che magari farebbero fatica a star dietro ai sottotitoli…

Nel libro che sto leggendo (Manuale di traduzioni dall’inglese, curato da Romana Zacchi e Massimiliano Morini e uscito per Bruno Mondadori nel 2002), Sylvia Notini riporta nel suo saggio stralci da un’intervista alla regista Claire Peploe, apparsa sul “Corriere della Sera” il 6 settembre 2001, in merito al film Il trionfo dell’amore, nel quale all’americana Mira Sorvino era stato richiesto di recitare con accento inglese.

Dice la Peploe: «Una barbarie che esiste solo qui e in pochi altri Paesi [...] A una nazione civile non verrebbe mai in mente di snaturare lo spirito di un’opera strappando agli attori le loro voci e le loro interpretazioni. Il mio è un film di recitazione: conta ogni piccola inflessione, ogni sfumatura, ma tutto verrà distrutto e appiattito da un italiano omogeneizzato». (L’articolo per intero si può leggere qui).

Anche Bernardo Bertolucci, riporta la Notini, «ebbe da commentare sulla questione, ricordando il suo disappunto quando in Ultimo tango a Parigi Marlon Brando, un americano, e Maria Schneider, una francese, furono doppiati nella stessa lingua per il pubblico italiano, facendoli così diventare “connazionali”, e cambiando il significato del film».

Ma, riflette la Notini, «Se è difficile o forse impossibile tradurre una parlata nel doppiaggio di un film, non è forse anche difficile o impossibile tradurre le differenze culturali nel trasporre un testo in una seconda lingua?»

Nel libro c’è anche un saggio di Rosa Maria Bollettieri Bosinelli, interamente dedicato alla traduzione per il cinema, dal quale mi pare interessante citare due passaggi:

«Non è poi così diverso dall’atteggiamento che ci consente di leggere tanta letteratura straniera in traduzione».

«Pasolini sosteneva che dopo aver impiegato anche un’intera settimana per decidere un’inquadratura e studiarla in tutti i minimi particolari, metterci sopra una scritta [un sottotitolo] avrebbe significato rovinare tutto il lavoro e avrebbe coperto parte del senso dell’inquadratura. [...] Nei casi in cui la lingua originale del film sia totalmente sconosciuta, un buon doppiaggio resta la soluzione migliore».

Insomma, resta una questione soggettiva, ma in effetti bisognerebbe riflettere sul fatto che doppiare un film e tradurre un libro non sono due cose diverse, perciò se si accetta la possibilità della traduzione si dovrebbe accettare anche la possibilità del doppiaggio. Molto si perde, ma molto altro si guadagna, forse.

4 Agosto 2008

Tradurre poesia

Archiviato in: appunti — Marina @ 14:47

Circola ancora il luogo comune secondo il quale tradurre poesia è un compito difficile se non impossibile, perché, si afferma, la poesia è ciò che si perde nel processo stesso della traduzione. Dal momento che la poesia è la forma di scrittura che presenta la massima concentrazione di elementi significativi, solo un poeta, secondo molti, può tradurla. In altre parole, la poesia viene in genere considerata l’emanazione diretta della personalità di chi la scrive: un esempio non di comunicazione io-egli (scrittore-lettore), ma di comunicazione io-io (scrittore-scrittore), nel quale, di conseguenza, tutto diventa importante, dalla coesione testuale alla sistemazione grafica delle parole sulla pagina, per non parlare della componente fonetica. La poesia, quindi, andrebbe trasportata interamente nella lingua in cui si traduce, compensando eventuali perdite con altrettante aggiunte.

In realtà, quello dell’intraducibilità della poesia è un falso problema. Il fatto che ogni componimento poetico, come qualsiasi manifestazione linguistica, sia unico e irripetibile, non ha mai impedito agli uomini di cercare di trasporre versi nella propria lingua. Inoltre, se è vero che il traduttore di poesia deve possedere qualche qualità di poeta, e possibilmente avere una discreta conoscenza della poesia scritta nella propria lingua, è altrettanto vero che il poeta, per tradurre bene, deve essere buon traduttore. Accade troppo spesso di imbattersi in traduzioni “poetiche” piene di errori e fraintendimenti. Le capacità compositive che il traduttore possiede nella lingua d’arrivo sono inutili se non c’è a monte un’ottima comprensione della lingua di partenza, nonché un’abilità di traduttore che è connessa ma non coincidente con quella poetica, e che comprende varie sottoabilità (saper decidere a che livello del discorso tradurre, saper usare i dizionari, ecc.).

Va anche detto che non sempre la poesia è “poetica” nel senso appena delineato: non sempre, ovvero, la poesia è comunicazione io-io, espressione lirica immediata dell’interiorità dell’autore. Si ha poesia ogni qual volta una composizione di segni sia suddivisa in unità ritmiche (versi). Per il resto, la poesia può essere utilizzata per qualsiasi scopo, come dimostra l’impiego estensivo che ne fanno i pubblicitari, e contenere qualsiasi cosa, come si vede confrontando opere di generi ed epoche diversi. Si tratta perciò di chiedersi, in ogni occasione, quali sono gli elementi più importanti di una poesia: questi andranno tradotti con la massima precisione possibile, mentre del resto si cercherà di salvare il salvabile. Non bisogna quindi disperare di fronte all’impossibilità di riprodurre esattamente lo stesso effetto che il testo nella lingua di partenza produce sul lettore, ma scegliere la linea di minor danno o di minor resistenza. Per semplificare, in certi casi occorre occuparsi del senso, e sperare che i suoni si mettano a posto da sé; per altre poesie è vero invece il contrario.

Massimiliano Morini, “Tradurre poesia (1): poesia inglese e americana”, in Romana Zacchi – Massimiliano Morini (a cura di), Manuale di traduzioni dall’inglese, Bruno Mondadori, Milano 2002.

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